Villa Trecchi

Villa Trecchi era l’abitazione estiva dei nobili cremonesi dello stesso casato, ma del ramo cadetto baronale.

Sull’origine della sua costruzione poco si sa, in quanto i documenti al riguardo sono andati perduti alla fine del secolo scorso, quando la villa fu venduta e adibita ad altri usi. Comunque si ritiene che la sua edificazione risalga alla fine del XVII secolo o all’inizio del secolo successivo. Ideata e commissionata, negli ultimi decenni del XVII secolo, dai Baroni coniugi Giuseppe Trecchi e Fulvia Pallavicino, la costruzione fu portata avanti e terminata dal figlio Giulio. Edificata forse in luogo di vecchie case, già di proprietà dei Baroni Trecchi, nella zona che veniva denominata “del castello”, non v’è dubbio che la nostra villa presenti caratteri architettonici del primo Settecento e gli elementi decorativi che ancora la ornano confermano tale convinzione.
A testimoniare la committenza originaria, vi è lo stemma combinato dei coniugi Trecchi-Pallavicino, che si trova inserito nel camino di una stanza a pianterreno della villa.
La Villa continuò ad essere abitata dai discendenti di Giulio, e solo nel XIX secolo, con l’avvento del regime napoleonico che declassò i nobili al rango di “cittadini”, avvenne una prima modificazione. Infatti, sia per trovare un rimedio alla precaria situazione che si era venuta creando, sia per l’incoraggiamento dei governi d’allora, il barone Trecchi, nei primi anni dell’800, venne nella determinazione di allestire nella sua proprietà, forse nei rustici oppure costruendo nuovi locali, una modesta filanda con pochi fornelli per la trattura serica. Non conosciamo quali siano state le vicissitudini di questa nuova fabbrica; sappiamo solo che, alla morte del barone Sigismondo, avvenuta alla metà dell’800, tutto il complesso della Villa con annesso l’opificio, fu acquistato a “porte chiuse” dai signori Ferri di Corno Giovine, i quali tra l’altro avevano l’obbligo della manutenzione della Chiesa dell’Annunziata, situata nelle prossime vicinanze. I Ferri ne divennero dunque, intorno alla metà del XIX secolo, i nuovi proprietari e pare che proprio in questo periodo sia stato disperso l’archivio del ramo baronale Trecchi, in quanto le carte ivi esistenti furono cedute a mo’ di carta straccia, ai fruttivendoli e ai bottegai malerini che se ne servirono per accartocciare a loro merce.
Incominciò per la Villa un periodo di decadenza. Pur essendo ancora usata come abitazione, alcuni locali della gentilizia dimora vennero adibiti ad uffici vari ed altri vennero aggiunti, per costituire una vera e propria filanda.
Cambiarono i proprietari: prima i dell’Orto e poi la Manifattura di Turro, posseduta dai Donnagemma, industriali serici di Milano. La parte nobile della Villa venne usata per ospitare gli uffici ed i laboratori per l’analisi della seta prodotta dalla vicina filanda, che nel contempo si ampliò per l’aggiunta del filatoio. Così le strutture dell’edificio subirono trasformazioni e distruzioni per l’esigenza di adeguare i locali alle nuove necessità. Le vetrate artistiche, le decorazioni, le pitture, i pavimenti, i soffitti a cassettone che ornavano con raffinatezza le varie sale di rappresentanza della Villa, gradatamente si rovinarono sino a subire un danno quasi totale, quando, durante l’ultima guerra, la filanda cessò la produzione e la Villa venne occupata prima dalla organizzazione di lavoro TOD e poi dagli sfollati.
Lasciata nel più completo abbandono nel massimo disinteresse di tutti, ciò che aveva costituito il lusso e lo splendore di un tempo, l’ultimo proprietario ne decise la demolizione: iniziò ad abbattere i grandi fabbricati adibiti a filatoio e a filanda, la ciminiera ed il locale della caldaia, l’essiccatoio e infine le scuderie facenti parte della Villa. In questa occasione vennero asportati gli oggetti più belli e più preziosi artisticamente: camini, porte e sovrapporte, cancelli in ferro battuto, ecc.

DESCRIZIONE ARTISTICA
Il fronte di questo stabile si sviluppa lungo la Via Trecchi con il suo tipico acciottolato, dove si trova l’ingresso principale: un portale con strombatura, modellato elegantemente, senza eccessi o minuzie decorative. Su due spalle di bugnato, che in facciata lasciano posto ad una coppia di lesene lisce con base e capitello molto semplici, poggia un arco trilobato, a sua volta sormontato da un timpano, modanato in guisa tale da seguire la sagoma dell’arco sottostante e limitato ai lati da due lesenette che sono la continuazione delle due lesene inferiori e presentano in cima due pinnacoli.
Se diamo uno sguardo d’insieme l’intera facciata notiamo che si sviluppa su tre piani, l’ultimo dei quali corrisponde al sottotetto.
Il passaggio dal pianterreno al primo piano è segnato da una fascia marcapiano che corre lungo tutti i lati della Villa. Le finestre sono incorniciate da sagomature d’intonaco che animano la estesa superficie; lo stesso contorno presentano quelle del solaio, che sono assai più piccole e, per così dire appese al cornicione in muratura aggettante sotto la gronda, la quale a sua volta sorregge un canale di scarico dell’acqua piovana, munito di doccioni in lamiera decorati da leoni e grifi rampanti.
Attraverso un ligneo portone chiodato si passa nell’androne delimitato, una volta, da un’artistica cancellata in ferro battuto. Si trattava di una tipica cancellata barocca, con ricca cornice inferiore, sulla quale si elevava una serie di sbarre verticali terminanti a ricciolo e interrotte da pannelli romboidali con lo stesso tipo di decorazione e con gigli centrali, non mancava la cimasa con fregio più alto al centro.
Superato l’androne ci si trova in quello che era il cortile interno della Villa che immetteva nel vastissimo giardino, esteso fino a Via dell’Annunziata e o Via della Scola, oggi Via Manfredi, da cui, ora, si accede.
Qui lo sguardo del visitatore ha modo di spaziare da un lato verso l’area adibita a giardino pubblico, dall’altro verso l’intero complesso dell’edificio.
Questo doveva, in origine, essere un corpo ad U, cioè formato da tre blocchi, uno centrale e due perpendicolari ad esso che delimitavano un cortile esterno.
Purtroppo il blocco, costituito dalle scuderie, che allora veniva a formare il lato sud di chiusura del cortile, fu completamente abbattuto dagli ultimi proprietari.
Attira l’attenzione il blocco centrale, sul lato est, ornato ancor oggi, da uno stupendo porticato di controfacciata a sei fornici, con archi a tutto sesto e snelle colonne di granito. Esse appoggiano su basi finemente modellate ed hanno fusto liscio e capitello semplicissimo, da cui si dipartono volte a crociera che costituiscono la copertura del porticato stesso, lastricato in beola. Sotto di esso si aprono le finestre dei mezzanini, destinati un tempo alla servitù.
L’interno è stato adeguato alle esigenze scolastiche. Superbo è il salone d’ingresso, la cui altezza occupa i due piani della villa, con volta a padiglione; lungo le sue pareti, al livello del primo piano, sono due ballatoi in granito delimitati da sobrie ringhiere in ferro con pomoli d’ottone.
Attenzione merita il comodo scalone in beola a due rampe, che porta al piano superiore, con la ringhiera in ferro battuto con motivi ornamentali tipici dell’epoca: girali elegantemente allacciati, terminali a ricciolo, foglie stilizzate, viticci che vengono a creare un gioco di intrecci e di curve che si rincorrono in modo tale da imprimere all’opera una sciolta leggerezza.
Ancora oggi sono ammirevoli le due grandi sale, una al piano superiore e l’altra al piano terreno, con soffitti a cassettone dipinti, che costituirono probabilmente i locali più rappresentativi della villa.